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LIBRI

I libri scelti per questa rubrica, in collaborazione con l'Associazione Caribe (asscaribe@libero.it ), hanno connessioni, dirette o indirette, con le culture e le tradizioni latine, afrocaraibiche e afroamericane. Chi desidera sottoporre libri da recensire è pregato di contattare Gian Franco Grilli: grigianfra@alice.it

IL TEMPO DI WOODSTOCK
Anno: 20/11/2009
Autore: Ernesto Assante - Gino Castaldo
Editore: Editori Laterza

E’ un bellissimo e importante libro sul concerto, o meglio, il grande festival che ha cambiato la storia della musica moderna, ma non solo. Infatti il megaevento - ideato da quattro giovanissimi statunitensi e che si consumò, nel bene e nel male, nell’agosto 1969 - ha inciso poi profondamente nella cultura musicale e artistica delle nuove generazioni, a livello politico nella società nordamericana e pesò nelle successive elezioni che si svolsero negli USA. E con tale raduno, comunque, hanno dovuto fare i conti e confrontarsi tutti i meeting rock organizzati da quella data in avanti in ogni angolo del mondo. Ora l’ottimo volume dei due critici musicali di Repubblica, Ernesto Assante e Gino Castaldo, ricostruisce in ogni minino dettaglio e da varie angolazioni cosa è stato davvero Woodstock: molto di più che un semplice festival musicale, un monumento costruito in tempo reale a una rivoluzione che si stava sbriciolando nello spazio di un sogno. Il Tempo di Woodstock (170 pagine – 15 €), avvincente come un romanzo e incalzante, sincopato e caliente come un ritmo afrolatino, è suddiviso in tre capitoli: Teoria e pratica di una rivoluzione mancata; Il racconto. I tre giorni (che diventarono quattro – ndr) di Woodstock, ovvero il romanzo di formazione della cultura giovanile; 1969-2009: il dopo Woodstock. Il futuro che non c’è. Da qui si intuisce che il sogno è svanito, si è perduto per strada, come a dire che l’utopia cominciò a scemare subito dopo che il mezzo milione di persone in estasi totale per quel magico weekend lasciò su quei prati immensi il messaggio di pace, amore, sesso libero e rivoluzione a suon di note. Il lungo percorso affrontato dagli autori parte una decina d’anni prima di quell’evento per consentire al lettore di capire i fatti politici, sociali e culturali del Sessanta, il fermento e le lotte per i diritti, gli omicidi di Martin Luther King, Bob Kennedy, insomma tutto il contesto che accompagna la società al traguardo di quell’incontro. Meeting che era stato pensato diversamente da come poi effettivamente andò. L’insieme del lavoro di Castaldo-Assante va visto come un enorme mosaico, coloratissimo, dove spiccano l’Hippismo e il Free Speech Movement, il fracasso economico dell’organizzazione, la chilometrica carovana di persone,auto e furgoni, paralisi totale del traffico, elicotteri che trasportavano viveri e artisti, l’inferno di pioggia che si scatenò durante le performance, le esibizioni buone e sciatte dei protagonisti noti in quegli anni e di quelli che poi diventarono delle star grazie a quel palco, Lsd (“come sballo politico”) che circolava dappertutto, e all’insaputa di molti, provocando situazioni incandescenti. Ci furono anche due morti, uno per overdose e l’altro travolto da un trattore. Ma il collante sono stati quattro giorni di musiche senza confini, travolgendo scalette, suoni e canzoni, che per la verità non sempre arrivarono a tutti gli orecchi di quell’adunata oceanica, di Crosby, Stills, Nash & Young, Who, Joe Cocker , Grateful Dead, Jefferson Airplane, Sly and The Family Stone, Canned Heat, Creedence Clearwater Revival, Joan Baez, Bob Dylan e tanti altri. E finalmente l’ultimo, fuori tempo massimo: erano le nove del mattino di lunedì 18 agosto quando ”davanti a un prato inondato di immondizia, carte, tende, i resti del gigantesco party…si materializzò Jimi Henddrix, l’artista che più di ogni altro avrebbe siglato la leggenda di Woodstock. I fortunati rimasti erano ‘soltanto’ ottantamila: ascoltarono a bocca aperta la chitarra distorta, furiosa, dissacrante nell’ esibizione dell’inno USA. Quelle corde-denuncia richiamavano le bombe sparate dagli americani sul Vietnam. Così finì il mitico festival. Ma prima di concludere voglio menzionare quello che, tra gli artisti di Woodstock, interessa maggiormente ai nostri lettori: Carlos Santana, che regalò al pubblico un set esplosivo, un tripudio di ritmi latini mai ascoltati prima dai giovani in una kermesse rock e di tale proporzioni. Lì iniziò la carriera sfolgorante del chitarrista messicano ancora oggi sulla breccia, una star che contribuì ad avvicinare alla musica latina milioni di persone in tutto il pianeta e soprattutto in Europa. Chi scrive si innamorò di Santana, Chepito Areas, Mike Carabello, Michael Shrieve (e successivamente di Armando Peraza & Co.) e del suo innovativo mix di rock, blues e accenti latini, all’inizio degli ani Settanta, rivedendo tante volte il memorabile film “Woodstock” di Michael Wadleigh.

A cura di:
Gian Franco Grilli
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