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MUSIC CONTAMINATION

In questa rubrica scopriremo come il sound latino abbia influenzato compositori, artisti, gruppi ed esponenti di altri generi musicali nel corso della storia e come a loro volta altri generi abbiano contaminato la musica latina arricchendola di nuove sonorità.


DAL ROCK-REGGAE DEI POLICE AL REGGAETON PARTENDO DALLA JAMAICA

19/05/2011

Il Reggaeton, nato a Porto Rico e a Panamà sul finire degli anni Ottanta, divenuto popolare tra i giovani latino americani nei primi Novanta e in tutto il mondo all’inizio di questo decennio, è la forma di contaminazione derivante dalla musica Reggae che ha ottenuto maggior successo. Come avremo modo di vedere più avanti, però, non è stato sicuramente questo il primo tentativo di miscelare la musica nata in Giamaica con altri generi. Proprio nel periodo in cui il Reggae è esploso sia in Europa che negli States, ed in cui il suo profeta, Bob Marley, è considerato una stella mondiale (il primo musicista proveniente dal cosiddetto “terzo mondo” ad avere un successo ed un seguito di tale portata), dall’Inghilterra un paio di gruppi nati in piena era “Punk” (siamo nella seconda metà degli anni Settanta), ne presero le sonorità tipiche e le fusero con quelle del “punk-rock”: ci riferiamo naturalmente ai Clash e ai Police; se per i primi, però, la contaminazione dei due generi si limitò a poche canzoni, i secondi furono per tutta la prima parte della loro storia e per i loro primi 3 album i veri e propri paladini del Rock-Reggae, che diventò il loro marchio di fabbrica, ma che fu così unico da non fare praticamente proseliti. Ripercorreremo quindi le tappe della carriera di uno dei gruppi che hanno fatto la storia del Rock e vedremo anche come altri artisti di quel periodo hanno reso il loro omaggio al Reggae.



Qualche cenno sul Reggae.
Il Reggae nasce in Giamaica negli anni 60 ed ha le sue origini nello Ska e nel Rocksteady: nella sua forma originaria prende elementi tipici della musica dell’isola caraibica, quali il Mento ed il Calypso, e risente anche degli influssi Soul ed R’n’B provenienti dai vicini Stati Uniti. La caratteristica principale di questo nuovo genere è l’inversione del ruolo del basso e della chitarra rispetto al Rock. Nel Reggae è proprio il basso ad essere predominante, con la chitarra meno incisiva, seppur presente; la chitarra è in levare, la batteria in rimshot (termine che indica un colpo dato prendendo sia la pelle del rullante, sia il bordo in metallo). Rispetto allo Ska è meno presente la parte dedicata ai fiati, mentre la ritmica è in backbeat, cioè quando l’accento sul secondo e quarto tempo simula il colpo di rullante in levare in un tempo di 4/4. I batteristi reggae accentuano inoltre il terzo battito in un tempo di 4/4 con un colpo sulla grancassa. Il backbeat è caratteristico di tutti gli stili che risentono influenze di musica africana, mentre è del tutto assente nella musica europea ed asiatica. La prima hit reggae ad entrare in classifica negli States è “Red Red Wine”, la porta al successo il cantante pop Neil Diamond nel 1967; la riprenderanno nel 1983 gli UB40: quest’ultima versione ha le caratteristiche del Reggae per come noi lo conosciamo oggi, mentre quella originaria risente tantissimo delle influenze Soul, per quanto siano già marcate la predominante del basso e la chitarra in levare. L’anno successivo è la volta di “Hold me tight”, di Johnny Nash, in cui comincia a sentirsi in modo più nitido la tipica ritmica. L’avvento sulle scene di Bob Marley trasforma il genere, non solo sotto l’aspetto musicale e ritmico, ma lo diffonde come simbolo vero e proprio del culto religioso giamaicano, chiamato Rastafarianesimo. Il sottogenere del roots-reggae (il reggae delle origini) prende il sopravvento, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello dei testi, incentrati sul misticismo, sulla protesta sociale, sull’apartheid, a discapito dei temi più frivoli degli inizi. Marley nei primi anni Settanta internazionalizza il Reggae, ne diventa la star più luminosa e lo fa conoscere nel resto del mondo. Proprio le tematiche della protesta sociale fanno entrare questo genere in sintonia con il punk-rock, movimento musicale e culturale nato in Inghilterra nella metà degli Anni 70. Questo porterà Bob Marley a dedicare a questa corrente una delle sue canzoni più famose, “Punky Reggae Party”, mentre dalla parte britannica fa avvicinare ulteriormente alcuni artisti al Reggae, che proprio lì aveva avuto sino ad ora il suo maggior seguito al di fuori dalla Giamaica.



L’avvento sulle scene dei Police.
Nel Gennaio del 1977 il batterista Stewart Copeland, che in gioventù, grazie al lavoro del padre (agente della CIA), ha potuto sviluppare un’eccezionale tecnica appresa in una delle scuole di percussioni più prestigiose al mondo che si trovava al Cairo, fonda il gruppo “The Police” dopo aver conosciuto nei mesi precedenti Sting, il quale suonava il basso a Newcastle col gruppo fusion dei Last Exit. Completa il trio il chitarrista Henry Padovani; con questa formazione e con un budget di 400 sterline incidono nel febbraio del 1977 un primo singolo dal titolo “Fall out nothing”. Dopo qualche settimana però Copeland e Sting decidono di sostituire Padovani a causa delle sue scarse doti tecniche, col chitarrista Andy Somer, che cambierà in seguito il suo cognome in Summers. La realizzazione del loro primo Lp è molto sofferta: senza un manager (è il fratello di Stewart, Miles Copeland, a prender contatti con le case discografiche), lo registrano con un piccolo budget nei Surrey Studios di Londra e riescono ad ottenere un contratto con l’A&M Records. L’album è molto grintoso, la sua track-list presenta già quelli che diventeranno veri e propri classici della band, inoltre cominciano ad essere presenti brani in cui la fusione tra il reggae ed il punk-rock è già molto evidente. Fanno parte, musicalmente parlando, dell’universo punk canzoni come “Next to you”, “Born in the 50’s”, “Truth hits everybody” e “Be my girl/Sally”, un esperimento di due canzoni non finite e legate assieme. Ma sono proprio i brani con il classico sound rock-reggae, inventato dal gruppo, a rimanere impressi ancor oggi nell’immaginario dei loro fans: “So lonely”, “Roxanne”, “Can’t Stand Losing You” e “Hole in my life”: tutte queste canzoni si caratterizzano da una strumentazione basilare (chitarra basso, batteria), una strofa in stile reggae e un ritornello tipico del punk-rock. All’inizio “Outlandos d’amour” (che prende il nome dalla fusione delle parole “Outlaws e Commandos” e che quindi può essere tradotto in “I fuorilegge dell’amore”) è un flop: i primi due singoli che ne vengono tratti vengono censurati e banditi dalle radio inglesi e dala BBC: “Roxanne” perché parla di un giovane che s’innamora di una prostituta e cerca di redimerla, “Can’t stand losing you” perché parla di un suicidio per amore, mostrato esplicitamente nella copertina, dove Copeland si trova col cappio al collo su un cubo di ghiaccio con a fianco una stufetta che lo sta sciogliendo. E pensare che “Roxanne” diventerà uno dei brani più rivisitati in tutti gli stili da una miriade di artisti. Alcuni esempi: nel 1999 George Michael ne ha fatto una versione Jazz, girando il video nel quartiere a luci rosse di Amsterdam, due anni dopo nella colonna sonora di “Moulin Rouge” diventa un tango con un’orchestrazione dai toni epici e trascinanti e con una coreografia sicuramente d’effetto, ed è memorabile anche la versione che Sting stesso ne ha fatto, quando nel 1985 si è esibito al Wembley Stadium di Londra in occasione del Live Aid, accompagnato soltanto dal suono della sua chitarra e da un sassofono. E’ grazie ad una massacrante tournee in Inghilterra e negli States ed ai grandi consensi ottenuti dal lavoro successivo che “Outlandos” viene ristampato, riuscendo così ad incrementare vendite e popolarità imperitura dei suoi brani, raggiungendo la posizione 434 nella classifica dei 500 album più significativi di tutti i tempi, stilata dalla rivista Rolling Stone.



Il reggae dei bianchi.
Nel 1979 il gruppo pubblica “Reggatta de blanc”, altro titolo che gioca col francese e che può essere tranquillamente tradotto con l’espressione “Il reggae dei bianchi”. Viene registrato in poche settimane con i tre componenti della band molto ispirati, sia del punto di vista della composizione, che di quello dell’esecuzione, tanto da farli entrare direttamente in studio di registrazione senza aver nemmeno fatto delle prove in precedenza. E’ questo il loro capolavoro e rappresenta sicuramente l’apoteosi del rock-reggae. Il puk-rock viene quasi abbandonato, ne rimane qualche traccia in “Message in a bottle” e in “It’s alright for you”, e le stesse canzoni influenzate dal reggae lo sono tanto nelle strofe, quanto nei ritornelli. Lo si può notare in “Walking on the Moon”, “The Bed’s too big without You” e “Bring on the Night”, canzone nel cui testo Sting immagina quali siano stati i pensieri del pluriomicida americano, condannato a morte, Gary Gilmore. nella notte precedente la sua esecuzione. Poi c’è il pezzo che dà il titolo all’album, che riceverà il Grammy Award come miglior brano strumentale dell’anno e che dal vivo verrà suonato all’interno di “Can’t stand losing you”. Questa volta l’approccio alle classifiche dei primi due singoli è di ben altra caratura: “Message in a Bottle” e “Walking on the Moon” sono fin da subito due hit a livello planetario. L’album è seguito da una tournee mondiale, che prende il via nel Marzo del 1980 e che arriva anche da noi in Italia.



Sull’onda di questo enorme successo la casa discografica li spinge a realizzare un nuovo album nell’autunno dello stesso anno. Viene realizzato in fretta e senza l’ispirazione che aveva contraddistinto i primi due: la critica lo vede come il risultato di un’operazione commerciale volta a battere il ferro finchè è caldo, ed effettivamente si può notare che alterna canzoni di ottima fattura ad altre fatte per “onor di firma” (due brani sono interamente strumentali perché non c’è stato tempo di completarli col testo). “Zenyatta Mondatta”, anche qui incrocio tra inglese e francese, con una traduzione che potrebbe essere “Il mondo Zen di Yomo Kenyatta (primo ministro e padre fondatore dello stato del Kenya), è anche l’ultimo lavoro dei Police in cui si sentono spiccatamente le influenze punk-rock e rock-reggae e anche qui le canzoni che più sono piaciute sono quelle che maggiormente rispecchiano queste influenze: “Don’t stand so close to me”, “De do dod do – de da da da” e “Driven to tears”. Appaiono qui per la prima volta dei testi su temi politici e sociali, quali l’invasione della Russia in Afghanistan (“Bombs away” ) e la povertà (“Driven to tears”), mentre per la prima volta Sting mette a frutto la sua esperienza passata di insegnante di letteratura nello scrivere le parole di “Don’t stand so close to me”, ispirato al romanzo “Lolita” di Vladimir Nabokov. Si verificano anche i primi dissidi interni, dovuti alle forti personalità dello stesso Sting e di Copeland, tanto da far affermare a Sting dopo qualche anno che “Zenyatta Mondatta” sia stato l’ultimo album nel quale i tre hanno lavorato uniti; le prime avvisaglie di questi attriti arrivano quando è ora di registrate il brano musicale “Behind my Camel”, composto da Andy Summers: a Sting il brano non piace proprio e non ne vuole sapere di suonarlo, così viene registrato come duo e Copeland poi aggiunge la parte del basso, suonato da lui stesso. Curioso notare che “Behind my Canmel” si aggiudicherà un altro Grammy come miglior brano strumentale.



Gli ultimi album. Nel 1981 i Police escono con “Ghost in the Machine”, inciso negli studi di Montserrat nei Caraibi, un lavoro che si differenzia molto dai tre precedenti: più ricco di sonorità (presenti tastiere, sintetizzatori, sax, suonati dagli stessi componenti della band), di riferimenti letterari (il titolo è ispirato dagli scritti di Arthur Koestler), e di atmosfere più cupe. E’ ancora presente qualche traccia di rock-reggae, che però non è più al centro dei loro progetti musicali. Le canzoni in cui lo si può distinguere meglio sono “One World”, “Spirit in the material world” ed “Every little thing she does is magic”: quest’ultima fa parte di un progetto precedentemente scartato, ma viene rielaborata ed arricchita dal virtuosismo al piano di Jean Russel e dal “vibe” caraibico. Molto forte anche qui la presenza di testi sull’attualità politica mondiale, uno in particolare, “Invisible Sun”, sulla difficile situazione irlandese, è osteggiato dalla BBC, che ne censura il video. Nel 1983 tornano a Montserrat a incidere il loro quinto ed ultimo Lp: il titolo, “Synchronicity”, è un chiaro riferimento alla dottrina della Sincronicità di Carl Jung. I contrasti all’interno della band sono sempre più forti, tanto che Sting compone da solo ben otto delle dieci canzoni della track-list; “Synchronicity” è giudicato il loro lavoro più maturo ed è trainato da quello che sarà il loro singolo di maggior successo commerciale, “Every breath you take”: questa canzone verrà ripresa negli anni 90 da Puff Daddy e Faith Evans col titolo di “I’ll be missing you” e verrà cantata da loro e da Sting nel 1997 nel concerto tributo in occasione della morte del rapper Notorious B.I.G. in una versione da brivido, con tanto di coro gospel. Tornando a “Synchronicity”, il rock-reggae è accennato solo in “Wrapped around your finger”, mentre i tre strizzano l’occhio alla world-music in due brani come “Walking in your footsteps” e “Tea in the Sahara (altro riferimento letterario ad “Under the Sheltering Sky” di Paul Bowles, che Bernardo Bertolucci riprenderà poi realizzando il film “Il tè nel deserto”).

      

La separazione e il tour del 2007:
Al termine di un loro concerto a Melbourne i Police annunciano di separarsi per avviare alcuni lor progetti solisti. Non parlano di scioglimento, infatti nel 1986 si ritrovano nuovamente in studio per registrare un nuovo album: iniziano con la riedizione in chiave “Anni 80” di “Don’t stand so close to me”, poi Copeland si infortuna al polso in seguito ad una caduta da cavallo e non se ne fa più niente: il nuovo album si trasforma in un greatest hits che comunque ha un grande riscontro di vendite. I Police tornano a suonare insieme nel 1992 in occasione del matrimonio di Sting, e nel 2003, quando vengono inseriti nella Rock’n’Roll Hall of Fame. In occasione del trentennale della loro nascita, i Police decidono di riunirsi per un tour mondiale nel 2007. Il 2 ottobre di quell’anno, giorno del compleanno di Sting, i tre si esibiscono allo Stadio delle Alpi di Torino di fronte a 65.000 fans, tra cui il sottoscritto; è stato questo l’ultimo evento che si è tenuto al suo interno prima che iniziassero i lavori di demolizione per trasformarlo nel primo stadio di proprietà di un club calcistico di Serie A in Italia. Il tour si conclude nel 2008 ed è quello che segnala i maggiori incassi e le maggiori presenze di quelle annate.



La parentesi Reggae dei Clash.
Contemporaneamente alll’uscita di “Outlandos d’aour” dei Police il gruppo dei Clash rientra da un viaggio in Giamaica, intrapreso per approfondire la cultura rasta. Questo dona loro nuova linfa per i testi delle loro canzoni, incentrati com’era tipico nel punk-rock, sulla protesta sociale, e per un approccio musicale al genere tipico dell’isola Caraibica. Ecco che quindi sull’album “Give ‘Em Enough Rope” appaiono canzoni come “(White Man) in Hammersmith Palais” e “Safe European Home”, quest’ultima tipicamente punk-rock, ma composta proprio a Kingston. Nel 1980 pubblicano un triplo album, intitolato “Sandinista” in riferimento al movimento di liberazione nato in Nicaragua e anche qui inseriscono un brano contaminato col reggae e con il dub:il titolo è “Let’s go crazy”, in cui si sente chiaramente anche il suono della marimba.



I grandi della musica scoprono il Reggae.
Come abbiamo visto, i Police hanno reinventato il Reggae e l’anno fuso con il punk-rock, qualcosa di simile è stato fatto dai Clash, seppur in quantità minore, ma, nonostante l’enorme successo ottenuto da loro su scala mondiale, questo stile non ha creato una tendenza e non ha avuto imitatori. Piuttosto è da registrare che molti artisti affermati di quel periodo hanno voluto omaggiare questo genere, inserendo almeno un brano in alcuni dei loro album. Tra i primi ricordiamo Paul Simon, con “Mother and Child Reunion” nel 1972; poi è la volta di Eric Clapton, il quale nel 1974 realizza una cover della hit di Bob Marley “I Shot the Sheriff”; a raggiungere la vetta delle classifiche con un brano Reggae, però, è il grande Stevie Wonder nel 1980 con la sua “Master Blaster”, che ha fatto ballare tutto il mondo.



I pionieri del Reggae in Italia.
Anche in Italia il Reggae ha incuriosito ed affascinato alcuni dei nostri artisti, in particolar modo quelli più mentalmente aperti alle novità. I primi due sono stati Rino Gaetano ed Ivano Fossati: Gaetano piazza il suo primo brano Reggae come lato B della hit “Gianna” nel 1977, si intitola “Visto che mi vuoi lasciare”, mentre il cantautore genovese incide nel 1979 “Limonata e zanzare” e nel 1981 “Panama”, che dà anche il titolo all’ album “Panama e dintorni”; nello stesso anno si cimenta anche Vasco Rossi con “Voglio andare al mare”, single tratto dall’album “Siamo solo noi”. Ma il brano che più di ogni altro in Italia ha fatto conoscere il Reggae lo canta nel 1979 Loredana Bertè: “E la luna bussò”, con le sue quattrocentomila copie vendute, è a tutt’oggi il brano Reggae cantato da un artista italiana ad aver avuto più successo. Per Loredana non è stata l'unica produzione discografica contaminata dal reggae infatti un'altro bellissimo singolo interpretato dalla Bertè fortemente contaminato dal ritmo jamaicano è "Ninna Nanna".

    

A cura di:
Mauro Gresolmi e Francisco Rojos
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