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MUSIC CONTAMINATION

In questa rubrica scopriremo come il sound latino abbia influenzato compositori, artisti, gruppi ed esponenti di altri generi musicali nel corso della storia e come a loro volta altri generi abbiano contaminato la musica latina arricchendola di nuove sonorità.


SPECIALE MUSIC CONTAMINATION - INTERVISTA A GAZEBO

28/01/2017

Negli anni 80 la musica dance made in Italy si è affermata in tutta Europa, lanciando uno vero e proprio stile che ha fatto molti proseliti.
Il primo successo italiano ad entrare in tutte le classifiche europee in quella decade risale al 1982, si intitola Masterpiece ed il suo autore ed interprete, un italo-americano di nome Paul Mazzolini, é diventato, con il nome d'arte di Gazebo, da lì in avanti uno dei massimi esponenti di questo genere.
In occasione di un suo show in una serata revival organizzata dalla discoteca Mr Time di Cremona, l'abbiamo incontrato e ne abbiamo approfittato per parlare di quei tempi d'oro della nostra musica da ballo e di quella particolare atmosfera che esaltava e spronava ai massimi livelli tutti coloro che volevano fare musica.



- Paul, negli anni 70 la discomusic arrivava anche in Italia ed i nostri artisti si avvicinarono, tentando di emulare i loro colleghi d'oltreoceano. Sul finire della decade, si è iniziato a cercare uno stile tutto nostro e all'inizio degli 80 si può dire che la disco made in Italy ha iniziato a camminare con le proprie gambe. Cos'aveva di così speciale per funzionare anche fuori dai nostri confini? -

- Ti posso parlare per la mia esperienza con Masterpiece, uno dei brani capostipite di questo filone. Per la prima volta abbiamo tentato di miscelare la new wave inglese, in particolare la corrente new romantic, con l'elettronica, la dance e la melodia italiana, che é il nostro marchio di fabbrica per cui siamo conosciuti in tutti il mondo. Gli inglesi, ad esempio, pur essendo anche loro in alcuni frangenti molto melodici, hanno un approccio molto diverso dal nostro nei confronti della melodia. La nostra proviene dalla tradizione mediterranea. Le strofe di Masterpiece possono essere cantate anche in dialetto napoletano per la loro struttura melodica. Abbiamo mischiato tutti questi elementi e quando il brano é uscito hanno tutti apprezzato la sua diversità, erano cose che si erano già sentite, ma mai così e mai tutte insieme.
Il periodo storico poi era molto favorevole, iniziavano ad uscire le prime macchine elettroniche che davano dei suoni professionali senza bisogno di grossi budget. Negli anni 70 si aveva la necessità di avere grandi studi di registrazione con costi molto superiori, mentre ad esempio con le prime batterie elettroniche, le Linn-drums, si avevano suoni puliti, sempre a tempo, con la possibilità di sincronizzarle alle tastiere, risparmiando molto sui costi di produzione: Masterpiece è stato registrato su un sedici piste e con l'ausilio di una di queste macchine. C'era un grande fervore creativo, grazie alla possibilità che si aveva di produrre a costi contenuti.
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- Come hai fatto ad arrivare al grande pubblico? E' stato difficile? -

- Mi ha aiutato il fatto di essere di lingua madre inglese, per cui chi ascoltava il brano non capiva assolutamente che a cantarlo fosse un italiano. Poi mi sono scelto il nome d'arte. All'epoca i nostri dee-jays erano diffidenti sui prodotti che venivano dall'Italia, la mentalità era ancora piuttosto provinciale, e allora per superare quest'ostacolo abbiamo puntato sul mistero, sul non far capire l'origine del nostro prodotto. Sulla prima produzione c'era una label completamente bianca con scritto solamente Gazebo - Masterpiece. Quando i dee-jays andavano nei negozi specializzati a comprare i disco mix,  le anteprime da mettere poi in pista, si trovavano di fronte a questo disco di cui non capivano la provenienza, lo ascoltavano e potevano così giudicarlo esclusivamente sulla sua qualità, non sul fatto che chi lo cantava fosse italiano o meno. Il disco piacque molto, soprattutto all'inizio negli ambienti delle discoteche gay: il primo dj che spinse il brano è stato Marco Trani, che lavorava all'Easy Going di Roma, il più noto dei locali gay. Il mio produttore, Paolo Micioni, era il cantante degli Easy Going, il gruppo che prese il nome dal locale e che fu tra i primi a fare discomusic in Italia. Da lì poi è esploso in tutta Europa: in Inghilterra é stato per tutto il 1982 il nr 1 delle classifiche gay, e sappiamo quanto abbiano influito gli artisti e i gruppi gay britannici in quegli anni sulla musica dance.-



- Il tuo nome d'arte da dove arriva? -

- Dal testo della canzone stessa: Masterpiece racconta la storia del film di Billy Wylder "Viale del tramonto", in cui una diva del cinema muto ormai in disgrazia, organizza una festa nella sua villa per presentare a tutti il suo capolavoro finale di recitazione (Masterpiece), che culminerà col suo suicidio. Il film è narrato dal punto di vista del suo gigolò, interpretato da William Holden, così come la canzone, nella quale io che la cantavo la narravo da quel punto di vista. Nella parte parlata dico "Eccomi qua appoggiato ad un gazebo, mentre nella nebbia intravvedo l'ombra di Valentino". Da qui ho cominciato a pensare al nome Gazebo, che tra l'altro era anche il titolo di un film del 1960 con Debbie Reynolds che stavano proiettando nel cinema che si trovava proprio sopra i nostri studi di registrazione. Assieme a Micioni allora arrivammo alla decisione di sceglierlo come nome d'arte, anche per il fatto che é una parola che rimane tale e quale in molte lingue. -

- L'anno dopo é la volta di I Like Chopin, il tuo più grande successo commerciale -

- Il successo di Masterpiece mi diede la possibilità di entrare nell'etichetta Baby Records, era lo step successivo che ci voleva per confermarsi ad alti livelli, un maggior budget per la promozione.
Il follow-up con la nuova etichetta prevedeva la realizzazione di un album, e quindi preparai i provini delle canzoni e li registrai su cassetta (la custodisco ancora a casa): qui c'erano Lunatic, Dolce Vita, Love In Your Eyes e per ultima, accennata solo al pianoforte e voce, I Like Chopin. Io come singolo puntavo molto su Dolce Vita, anche per una continuità di testo, volevo passare da Holliwood a Cinecittà, ma il boss dell'etichetta, Freddy Naggiar, impazzì per I Like Chopin, di cui ebbe il merito di intuirne il potenziale. Accettò su mia proposta di fare il video, e fu un video veramente fatto molto bene, girato a Londra su 16mm, gli costò un occhio, ma alla fine lo sforzo fu ripagato dal fatto che la canzone arrivò nelle top-ten di tutti i mercati principali. Il testo parla della storia d'amore tra il musicista polacco Frederic Chopin e la scrittrice francese George Sand.
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- Alla fine Dolce Vita l'hai data a Ryan Paris ed ha avuto successo anche lei....-

- Si, per non lasciarla lì nell'album, con Pier Luigi Giombini, coautore e produttore si decise di farla cantare a Ryan Paris, che la portò al successo internazionale. -

- Le tue canzoni andavano tantissimo nelle discoteche, ma erano anche nei primi posti delle classifiche di vendita. In quegli anni nelle prime dieci non era raro trovarne sei o sette che si ballavano nei locali. Oggi questo non accade più, o se accade, è soltanto in modo sporadico. Come mai? -

- La risposta è molto semplice. La produzione della musica da discoteca é stata totalmente presa in mano dai disc-jockey, che non sono musicisti e che hanno un approccio diverso nei confronti della musica, più pragmatico: a loro serve che la pista sia piena, non che la canzone che mettono sia bella. La tecnologia negli anni gli ha permesso di creare musica senza essere musicisti e quindi si sono presi questa fetta di mercato. E poi la musica da discoteca è diventata sempre più settoriale: ci sono locali dove si suonano solo un certo numero di bpm o generi, mentre prima andavi a ballare e sentivi di tutto, dagli Earth Wind & Fire a Gazebo al Trio (quelli di Da Da Da), e persino i lenti, che venivano messi in particolari momenti della serata per rimorchiare, insomma ce n'era per tutti i gusti. -

- Mancano anche programmi che veicolano la musica come quelli di un tempo. Oggi ci sono i canali tematici, sì, ma fanno vedere soltanto video in continuazione, non ci sono più quelle trasmissioni in cui l'artista veniva, si esibiva, interagiva col pubblico, promuoveva i suoi lavori...-

- L'evoluzione, o meglio l'involuzione, della tv ci ha portato a questi format, i talent-show, che sono carini, belli da vedere, ma fine a se stessi, solo televisivi. Si basano su giovani artisti che emulano altri artisti, non viene premiata la creatività, agli autori non viene permesso di emergere. Se Battisti fosse vissuto in quest'epoca non sarebbe venuto fuori, e nemmeno io, perché sono un timidone, non sarei stato in grado di partecipare a un talent show. -

- A proposito di dee-jays, qualche anno fa hai fatto un esperimento con loro. Parlacene un po'...-

- Erano i tempi di My Space (2007, n.d.r.). Ero stufo di sentire i dee-jays che ogni volta che facevo un brano mi dicevano: "Cambia la grancassa", "Qui ci vuole un altro bpm", e così via, allora misi su My Space una mia composizione, Ladies!, cantata a cappella, invitando loro a remixarla come meglio credevano: avrei poi fatto l'album con i 12 migliori remix. Mi arrivarono decine e decine di versioni nei generi più disparati, dalla techno all'acid-jazz. Alla fine i migliori li raccolsi nell'album Ladies, The Art Of Remixage.

- Cos'hai fatto dopo il periodo degli anni 80? -

- Ho continuato a fare musica e mi sono occupato anche di produzione, facendo anche musica etnica e lanciando giovani artisti. -

Staremmo volentieri ancora tanto a parlare con Gazebo, ma i fan lo reclamano e la sua serata sul palco, alla quale sono intervenuti in egual numero nostalgici del revival e nuove generazioni, sta per iniziare.

Photo: courtesy by Eleonora Pegorini  

A cura di:
Mauro Gresolmi
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