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RITMI LATINI



APPUNTI DI... RUMBA CUBANA E DINTORNI

29/03/2007

Appunti di…Rumba cubana e dintorni. Testo e foto di Gian Franco Grilli

A Cuba lo spirito autentico della rumba cammina di casa in casa, di quartiere in quartiere, di città in città e da oltre mezzo secolo anche di continente in continente grazie a tanti artisti cubani. E di questi ultimi ambasciatori di rumba, non sempre doc, si possono ricordare Miguelito Valdès e Chano Pozo (autore della mitica Blen Blen Blen), Xavier Cugat (ahiiiiii!), Mario Dreke “Chavalonga”, Los Muñequitos de Matanzas, Clave y Guaguancò e Los Papines. Ma la lista è molto più lunga.

La realtà. Difficile fare un discorso completo e serio sulla rumba, in quanto siamo in presenza non solo di danza e musica, ma anche di canto, poesia, pantomima, comunicazione e stili differenti su cui ancora si dibattono gli esperti.
Un fenomeno complesso, dunque, che gli stessi studiosi cubani hanno difficoltà a parlarne nella sua interezza e in modo univoco. Lungi da me, quindi, la velleità di proporvi le verità della rumba, ma solo mi limiterò a suggerirvi degli appunti sul tema, frutto di esperienze dirette o conoscenze letterarie acquisite nel corso degli anni. Appunti come contributo per riflettere e come spunto per coloro che viaggiano nella patria della rumba e spesso non si accorgono di avere dietro l’angolo un giacimento rumbero. Come succede alla maggioranza dei turisti che popolano le bianchissime spiagge di Varadero (la Rimini cubana!) e non sanno, o si dimenticano, che a pochi chilometri di distanza c’è una culla della rumba: Matanzas. Proseguendo per altri pochi minuti si incontra Cardènas, altra zona di rumba, e a meno di due ore di viaggio i quartieri e le periferie della capitale cubana dove esistono le altre realtà rumbere più significative di tutta l’isola. Ma se gli avaneri e i matanzeri sono i depositari principali di quest’arte, i versi “Si te quieres divertir, escucha esta rumba buena “ di Gonzalo Asencio, re del guaguancó, si cantano in ogni angolo dell’Isla grande in sintonia con il carattere allegro, festoso e creativo del cubano che si identifica totalmente nella rumba. Di questo potrei fornire varie testimonianze dirette, ma porto solo due esempi. Una rumba a Matanzas indimenticabile per almeno due motivi: primo, perché fu una sfida stupefacente, da lasciare senza fiato, tra i rumberos di Ensila Mundo (capitanati per l’occasione da Chavalonga) dell’Avana e giovani del gruppo Afrocuba di Matanzas; secondo, perchè questa tenzone, suonata anche con cajón e catà, si svolgeva mentre all’esterno del locale un vento minaccioso annunciava un uragano e nonostante ciò, con la città in emergenza, il confronto si fece tra tamburi, canti, balli, pantomima. Al termine di tutto, smontati gli strumenti e pronti sull’uscio i due gruppi attaccarono una giocosa controversia di versi improvvisati come rito di reciproci saluti che durò un’altra ora. Fantastico!
E fin qui tutto normale perché siamo in area rumbera. Una prova invece che la rumba è patrimonio di tutta l’Isola viene da Santa Clara. Nel 2002 ero nel retro della casa di amici intenti a tostare caffè e piselli e ogni tanto Onja, un poeta dilettante e incapace di suonare, improvvisava versi sul disegno ritmico del guaguancò che lui stesso svolgeva sui braccioli di una sedia a dondolo e che mi spinse a battere il tempo di clave con le mani. Il fondamentale un-dos, un-dos-tres.

Lo stereotipo e il suo superamento. Questa appena descritta è la rumba autentica, ma prima di arrivare fin qui ho attraversato gli stereotipi, le generalizzazioni e le storture sulla rumba.
Oggi. Ora tutti ne sappiamo molto di più e l’esplosione della salsa ha favorito appassionati, ballerini o musicisti che siano, ad avvicinarsi alla tradizione pura della rumba. A questo va aggiunto il contributo dei maestri cubani residenti nel nostro Paese che negli ultimi anni hanno elevato il livello delle conoscenze attraverso corsi e stages di rumba.
In generale la rumba oggi è maggiormente rispettata da tutti. Un segnale viene dal guaguancò, la variante più nota della rumba, che ormai è un ingrediente presente nei vari stili di musica popolare cubana e nei repertori di grandi protagonisti, da Chucho Valdés a Isaac Delgado, da José Luis Cortés ai gruppi di timba e di hip hop cubano.
Ieri. Sino alla fine degli anni ’80, nel nostro paese la parola rumba voleva dire musica cubana tout court, senza distinguere tra son, bolero, guaracha, danzón, pachanga, conga, cha cha cha e mambo, o si diceva rumba al mix di musica latina diffusa dagli schermi della Rai negli anni ’50 dall’orchestra di Xavier Cugat (il bandleader sempre in compagnia della pipa, del perrito chihuahua e della biondona Abbe Lane). O, ancora, la rumba veniva confusa con il mambo di Perez Prado e con “Peanut vendor”, evergreen reso famoso in Italia dal bravissimo clarinettista Henghel Gualdi, ancora noto come “rumba delle noccioline”, pezzo standard nel repertorio delle band da balera. Invece quel brano era la versione, portata al successo dagli Stati Uniti, del son pregón “El manicero” di Moisés Simón. Quindi, in sintesi, rumba come generica etichetta per vendere la musica latina commercializzata dalle grandi compagnie discografiche e cinematografiche.
Comunque siano andate le cose e indipendentemente dai nostri giudizi, questi sono alcuni dei principali artisti cubani che hanno legato il proprio nome alla rumba: Rita Montaner, Antonio Machín, Ignacio Piñeiro, Chano Pozo, Miguelito Valdés, Desi Arnaz, Machito (Frank Grillo) e il catalano-cubano Xavier Cugat.
 


Un po’ di storia. Le radici della rumba affondano soprattutto in Africa e per riuscire a capire meglio in generale i caratteri dell’afrocubanismo consiglierei di leggere i saggi musicologici di Alejo Carpentier e quelli dell’etnologo Fernando Ortiz, considerato il terzo scopritore di Cuba, antropologo che ha scritto pagine fondamentali sul contributo dei neri alla formazione dell’identità cubana. E sempre questo intellettuale, finissimo etnomusicologo, parlando in generale della musica afrocubana scrive: “...espressione musicale che il popolo cubano assimilò dai negri africani, adattata, modificata e creata nell’isola caraibica sotto l’influenza delle tradizioni musicali africane, amalgamata con altre di provenienze diverse”. Si intuisce che nella fusione hanno partecipato gli europei con le varie tradizioni culturali.
La grande tradizione afrocubana sfocia in parte nella rumba cubana, sintesi della poliritmicità e della strumentazione di origini africane con le forme comunicative e poetiche (canto, decima e pantomima) di origini europee. Una musica meticcia con ritmi mulatti, che è bene ribadire non ha finalità rituali, ma si tratta di espressione profana per divertirsi e che va considerata, più che per l’aspetto ballabile e cantabile, come festa collettiva. Un momento di socialità, tanto che il cubano usa il verbo rumbear per riferirsi a festa e allegria.
E rumba anche come poesia e in questo senso merita una citazione il lavoro poetico di Nicolas Guillén autore di opere come Songoro Cosongo, Mulata e Rumba.

Le origini. In poche parole: la rumba ha subito discriminazioni perché i perbenisti la ritenevano immorale e selvaggia a causa della sua caratteristica fondamentale: il dialogo tra uomo e donna, soprattutto nelle varianti del yambù e guaguancò. Ma ne parleremo in seguito.
I primi passi fondamentali della forma cubana della rumba sono stati mossi nel 1886, quando a Cuba venne abolita la schiavitù e gran parte della popolazione che lavorava nei campi si spostò nelle periferie delle città. Sorsero nuovi insediamenti e questi caseggiati, i cosiddetti solares, furono la cornice delle feste collettive animate da gente umile di origine africana, ma anche da bianchi di origini spagnole e creoli appartenenti alle classi sociali più deboli.
In pratica: per “fare” rumba si declamano versi o si intonano canti accompagnati da ritmi ottenuti con strumenti che oggi diremmo riciclati, come una cassa di legno - contenitore di baccalà o candele - che diventa un cajón, cucchiai (cucharas), zucche o frutti di güira secchi per realizzare maracas o chequerè. A questi strumenti si sono aggiunte le claves, la ‘triade’ composta da tumbadora, conga e il quinto, che oggi sono basilari nella famiglia delle percussioni cubane. Le prime sono i legnetti che danno il ritmo di base a tutta la musica tradizionale. La tumbas o congas , i tamburi – a forma di barile - che hanno determinato la messa in soffitta, non totale, dell’anziano cajon.

Curiosità: per chi è alle prime armi e si trova bel mezzo di manifestazioni musicali popolari cubane, rammento due cose semplici per distinguere una conga da una rumba. La conga, forma cantabile e ballabile che utilizza alcuni strumenti della rumba, si alimenta e si sviluppa in ambienti spaziosi all’aperto, in particolare nelle sfilate carnevalesche, caratterizzata da ritmi sincopati e passi di danza molto particolari diretti dal suono tipico della corneta china (nella conga di Santiago) o da una tromba (nel resto del paese). Lo scenario della rumba, invece, è più circoscritto, in un cortile o nell’angolo di una strada.
Conga e Rumba hanno denominatori comuni: ad es. sono sinonimo di festa, di allegria e straordinari elementi di socializzazione. Si distinguono in altri aspetti: la rumba, a differenza della conga, ha superato i confini nazionali, tanto che presso altre realtà caraibiche o del Sudamerica parlare di rumba significa fare una grande festa con ritmi, danze e bevute.
Tuttavia - come ricorda l’etnologo Miguel Barnet - la rumba è timbro distintivo della nazione cubana, è cronaca sociale dei "poveri della terra" e stampa folklorica di rara autenticità e creatività, poesia popolare.
Quindi rumberos come sinonimo di cantastorie, narrando fatti e criticando situazioni sociali e politiche.
 

Gli stili. E’ un fenomeno che si suddivide in vari stili dei quali ricordo i principali: guaguancò, yambú e columbia.
Yambú. E’ la modalità più antica del genere, una rumba a tempo lento, dove il canto è affidato a un solista e il coro risponde con ritornelli. Forma che imita le movenze dell’anziano, è interpretata da una coppia, dove l’uomo con grande sensualità va alla ricerca della donna - che sfugge alle avances - e che dovrebbe sfociare nel vacunao (vedi sotto). Ma si sa che “en el yambú no se vacuna” come ricorda la frase che si intercala nel canto. Oggi il yambú è uno stile interpretato dai professionisti della rumba.
Guaguancò. Nel guaguancó, considerato un’evoluzione del yambú, il ritmo si fa più figurato e rapido. E’ questo lo stile preferito da cantanti-percussionisti-ballerini per mimare, con movimenti pelvici, il gioco erotico di attrazione e repulsione della coppia che dovrebbe risolversi nel vacunao, una sorta di goal nell’ambito della partita con l’uomo all’attacco nel tentativo di sorprendere la donna che mima gestualmente la difesa . Si tratta dello stile più moderno tra i tre canonici; ha subito una rielaborazione sia dal punto di vista melodico sia nel canto e i contenuti espressi spaziano tra vicende d’amore e temi storici e patriottici.
Columbia. E’ uno stile che nasce in ambiente rurale la cui principale caratteristica è rappresentata dal fatto che viene interpretato solamente da un uomo. Assente lo spirito di conquista, di ‘caccia’, è una danza di grande livello acrobatico e molto virile. Su un ritmo velocissimo si instaura un dialogo ritmico stretto tra il suonatore del quinto che incalza con colpi precisi il ballerino sottolineandone i passi e movimenti, a sua volta il ballerino risponde con altri gesti e passi e il quinto rilancia e così si avanza tra virtuosismi per sorprendere l’interlocutore. Questo stile affascinante e coinvolgente non ha proseliti nelle realtà rumbere fuori di Cuba.

Conclusioni e suggerimenti. Se vi capita di andare all’Avana, andate al Sabado de la Rumba (presso la sede Conjunto Folklorico de Cuba, calle 4 entre Calzada y 5ta - Vedado), oppure immergetevi nei barrios più rumberi come Guanabacoa, Regla, Marianao e Colon. O, ancora, nel cuore del Centro Avana, al Callejón de Hammel, e , la domenica pomeriggio, a la Peña de La Rumba (Calle Empedrado- Habana Vieja), a pochi passi dalla famosa Bodeguita del Medio. Ma chiedete sempre se si tratta di rumba o di altri toques rituali, così da non creare confusione nella nostra mente che su questi temi ne ha già abbastanza. In mezzo a queste strade ci si può ritrovare a camminare a passi di rumba travolgenti, tra allegria e emozioni scatenate da vocaboli come rumba, tumba, timba, macumba, tambo, mambo e altri ancora che nella cultura afro-latino-americana significano sempre “fiesta”, musica profana del barrio. E che, in un certo senso, ha similitudini con il samba brasiliano, la samacueca peruviana, la antica caringa o il baile de yuka, espressioni culturali che fanno parte del mondo afrolatino.
Ma se non volete ripercorrere sentieri troppo battuti, vi consiglio sempre di stare all’erta e, se siete fortunati come è successo a me, è bello presenziare a quelle feste famigliari che qua e là è possibile trovare e dove si intona il classico Belebele Belebele o Diana, sul sacro disegno ritmico della clave 1-2 – 1-2- 3 , qualcuno che canta , un coro che risponde, il battito delle mani , l’accompagnamento con cucharas, maracas o colpi scanditi su una semplice cassapanca o su un armadio, e sempre alcune bottiglie di rum come carburante: è rumba! Qué bueno, què bueno, aè! Eh! Ah! Ae! Ea!

gianfranco.grilli@tin.it
Bibliografia consigliata.
In italiano: Argeliers L., Del canto e il tempo – La musica cubana e afrocubana – vol. I, Massari editore; Acosta L., Dal tamburo al sintetizzatore – La musica cubana e afrocubana - vol.II, Massari editore; Ortiz F. Il contrappunto del tabacco e dello zucchero, Rizzoli.
In spagnolo: Ortiz F., Africania de la musica folklorica de Cuba, Letras Cubanas; Carpentier A., La musica en Cuba, Letras Cubanas; Rodriguez Olavo A., De lo afrocubano a la salsa, Artex.
 

A cura di:
Gian Franco Grilli
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