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CURIOSITA' DAL MONDO


LA SANTERIA PARTE II

06/07/2006

LA SANTERIA – IL CONTESTO STORICO (II PARTE) E LA REGLA DE OCHA

Abbiamo già detto nel precedente articolo che i colonizzatori spagnoli sono stati molto tolleranti nei confronti delle festività propriamente africane e ciò si spiega non solo dalla flessibile politica evangelizzatrice della chiesa cattolica, ma piuttosto dalla preoccupazione dei proprietari terrieri di mantenere l’idiosincrasia delle distinte tribù, con lo scopo di preservare le differenze, le opposizioni e persino le rivalità tribali al fine di ostacolare una possibile unità nella lotta contro la schiavitù. Tale permissivismo a feste, musiche e divertimenti era anche dovuto al fatto di non sapere che quei riti erano modi per convocare le divinità ancestrali e che in realtà presentavano un’elaborata liturgia religiosa. Forse se la chiesa fosse stata a conoscenza di tutto ciò non sarebbe stata tanto permissiva.
Questo tipo di feste andarono via via scemando nel corso dei secoli, fino a ridursi alle principali cerimonie annuali; la religione rubava ore preziose di lavoro, ma togliere qualsiasi tipo di diversivo avrebbe fomentato le rivolte.
D’altra parte gli africani accettarono di buon occhio le nuove divinità imposte dalla chiesa cattolica, è risaputo che la disperazione aumenta la fede e quindi perché non pregare anche questi nuovi santi, pur di ottenere la libertà?
Come avevamo accennato nel primo articolo, le divinità africane si sono confuse con i santi cattolici, in base ad un processo di similitudine, scaturito dall’accomunanza delle caratteristiche comuni delle une e delle altre figure religiose.
Nacque la cosiddetta santeria, l’unione del culto degli orishas alla religione cattolica. Questo nome a mio parere è al quanto improprio e ormai divenuto un marchio, poiché nella santeria di cattolico c’è ben poco e quindi preferisco chiamare questo culto con un nome a mio parere più appropriato e degno: “Regla de ocha”, in altre parole l’insieme delle regole e delle pratiche dei santi (ocha).
Già nel 1568 si fa menzione dei cabildos negri a Cuba: associazioni di africani e loro discendenti appartenenti ad una stessa tribù. Gli spagnoli consideravano queste riunioni di negri nei giorni festivi solo un’occasione di svago, mentre in realtà si trattava di associazioni religiose e di mutuo soccorso. Erano presiedute da un rey, eletto tra i membri più anziani ed oltre a svolgere pratiche religiose, aiutavano ai membri in difficoltà, cercando di conservare anche le tradizioni linguistiche di ogni gruppo.
Nel 1870 tutte le pratiche religiose di origine africane e la schiavitù fu abolita. I negri si riunirono in gruppi della stessa etnia e nacquero dei cabildos divenuti con il tempo famosi. Degno di nota è la comunità Yoruba chiamata El Palenque, sita a Marianao (periferia sud dell’Avana).


La regla de ocha

Tra le tante etnie giunte a Cuba a colpa della tratta degli schiavi, quella che sicuramente ha lasciato una traccia profonda e che ancora oggi è presente nella società cubana è la Yoruba, i quali erano in numero superiore rispetto alle altre tribù ma soprattutto per essere un popolo culturalmente superiore già in Africa, dove vissero uno sviluppo sociale superiore a quello delle popolazioni vicine, ma essenzialmente anche questo popolo era organizzato in tribù a carattere familiare e regionale.
Ogni orisha era originariamente legato ad una regione, una zona o una tribù familiare. L’orisha non era altro che lo spirito di un membro della tribù che durante la sua vita aveva fatto grandi cose: era stato un gran combattente, un uomo caritatevole, uno stregone e così via. Una volta morta questa persona è stata divinizzata dando così via al culto. In altre parole i suoi discendenti (ripeto che ogni tribù era legata dal vincolo familiare) hanno iniziato a venerarlo, evocando il suo spirito per chiedere consiglio ed aiuto. Di contro c’erano altri orishas che erano venerati da tutte le tribù di quella stessa regione.
Agli orishas veniva e tuttora viene attribuito il potere di controllare determinate forze della natura e la conoscenza delle proprietà mediche delle piante, unica medicina conosciuta.
Per venerare questi parenti morti era necessario stabilire un contatto: una pentola (cazuela) che fungeva da contenitore dell’oggetto appartenuto al morto, nel quale è conservato il potere (aché) dell’orisha. Questo oggetto rappresenta il punto di contatto tra la divinità ed i suoi adepti ed è questo oggetto che si fanno le offerte e si versa il sangue degli animali sacrificati. L’insieme cazuela-aché, una volta resa sacra prende il nome di prenda, emanazione dell’orisha.
Tutt’oggi a Cuba i seguaci degli orishas seguono queste tradizioni venute dall’Africa; l’orisha è pura forza immateriale, impercettibile all’essere umano senza che questi non prenda possesso di un corpo umano. L’orisha comunica con i suoi fedeli, prendendo possesso del corpo di un suo discendente che ha il dono di poterlo ricevere.
A Cuba non si può più parlare di discendenza e nasce quindi il concetto di hijos del santo (figli del santo), nel quale la parentela è solo spirituale (a differenza di quella di sangue presente in Africa). Abbiamo poi delle figure gerarchicamente superiori, i cosiddetti babalawo, coloro che hanno studiato a fondo tutti i segreti del culto, da loro custoditi e tramandati.
Naturalmente tutto ciò può essere visto con scetticismo da tutti quelli che non credono in ciò, oppure si potrebbe cercare di dare delle spiegazioni logico-scientifiche a questi fenomeni di possessione. Bisogna invece accettare che si tratta di un culto, alla stregua di qualsiasi altro e solo la fede può spiegare certi fenomeni.
Nel primo articolo abbiamo visto la situazione storica che ha stimolato questo fenomeno, mentre in quest’ultima parte abbiamo cercato di spiegare in che consiste sommariamente questo culto. D’ora in avanti potremo addentrarci meglio tra le singole divinità, a spasso tra mitologia e riti, tra magia ed usanze, cercando di spiegare l’inspiegabile e cioè la fede di un popolo verso i suoi dei.

A cura di:
Giuseppe Lago
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